Auser Pontassieve

La sartoria sociale di Pontassieve è una delle prime Associazioni AUSER  costituitesi nella provincia di Firenze all’inizio degli anni novanta.

Oggi ha la sua sede in un locale (concesso dal comune in comodato d’uso) di un edificio che ospita l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente e il Territorio. Tre pomeriggi alla settimana un gruppo di donne, mediamente ne sono presenti  da trenta a quaranta, operano per realizzare capi di vestiario da inviare ai figli delle recluse del carcere di Rebibbia,  per i bambini africani di Suora Valeria, una missionaria originaria di Pontassieve che dirige strutture socio sanitarie nell’Africa sub sahariana, per i bambini di famiglie in difficoltà, inoltre sono impegnate a realizzare le Pigotte  (Bambole di pezza) che vengono vendute nei mercatini di natale per finanziare l’UNICEF.

Si tratta di un impegno che ormai continua da quindici anni, che trova un concreto sostegno nella collettività, le stoffe e gli altri oggetti e materiali necessari a produrre, vengono per lo più offerti gratuitamente da ditte, da negozi o da semplici privati.

Le volontarie portano nel lavoro  il loro impegno e le loro competenze ma anche la loro voglia di socializzare, il loro bisogno di dividere con le altre le  gioie e i dolori. Entrando nel loro laboratorio si ha netta la percezione di essere dentro ad una comunità, il lavoro è vissuto come un’occasione per stare insieme. Sono donne che portano un variegato campionario di esperienze, ci sono quelle  che hanno lavorato nel mondo della moda, altre che hanno sempre avuto la passione del cucito, infine ci sono quelle che vengono da altre attività o che sono state sempre casalinghe e madri di famiglia. Anche per l’età abbiamo una presenza molto diversificata; accanto a giovani e meno giovani si devono ricordare le due decane: Flora 92 anni (una delle promotrici dell’Associazione) e Teresina 91 anni.

Accanto al lavoro di sartoria, hanno messo in piedi una corale, una volta alla settimana c’è il corso, e in quell’occasione le sartine si trasformano in appassionate coriste che ritrovano i motivi della loro gioventù.

Considerare questa esperienza solo un bell’esempio di solidarietà sociale, significa darne una lettura fortemente riduttiva. La sartoria può e deve essere letta come un laboratorio di una corretto stile di vita dell’anziano.

Esse portano la loro esperienza e le loro competenze dal campo  economico a  quello sociale, ricostruendosi così un ruolo nuovo nella società. Sono un  esempio di come si può dare sostanza a quel troppo spesso abusato slogan “l’anziano una risorsa ”.  Dovrebbe, questa esperienza, essere di riflessione a tutti quegli uomini che, usciti dal mondo del lavoro, sembrano ignorare la possibilità di mettere a disposizione della società e in particolare delle giovani generazioni, in un ruolo  sociale, il bagaglio di competenze e di conoscenze che hanno acquisito negli anni.

Questa esperienza, inoltre, è un concreto esempio di prevenzione della salute. Queste donne, infatti, con semplicità, ma anche con una profonda conoscenza della vita, hanno, autonomamente, trovato risposte positive, aiutando gli altri, alla propria condizione di vita. Si parla troppo spesso genericamente  del problema della prevenzione e anche quando si entra nel merito, si parla soprattutto di divieti.

Quasi mai si accosta la prevenzione alla gioia di vivere, all’importanza  di ricostruire momenti di vita di comunità come hanno fatto spontaneamente queste donne dell’AUSER .

Invece di cercare la panacea della prevenzione in ragionamenti e parole difficili ed incomprensibili, sarebbe necessario che si ponesse più attenzione a questo tipo di esperienze per meglio comprenderle nella loro positiva funzione e, quando è necessario, per aiutarle. La Sartoria di Pontassieve ha un’unica vera necessità, uno spazio più ampio dove potere accogliere il sempre crescente numero di socie.

Le Istituzioni pubbliche, in particolare la Società della Salute, devono farsi carico e sostenere  questa esperienza per i suoi contenuti  sociali  ma anche sanitari.  Solo una miope ottica ragionieristica può considerare, un piccolo investimento in questa direzione, una spesa. Infatti, i ritorni in termini di salute e benessere creano, alle casse pubbliche,  risparmi economici molto maggiori.  Soprattutto però le Istituzioni devono considerare che esperienze come questa migliorano in termini sociali ed umani la vita della comunità.